BRIVADI NARRALUOGHI · VITE · CAMMINI
Il casello ferroviario visto da lontano

Il casello ferroviario

Quarta tappa del Cammino

Per molto tempo gli rimase davanti quel gesto insignificante: una mano arrivata quasi alla rete e poi tornata indietro.

Non sapeva perché continuasse a pensarci. Forse proprio perché non era riuscito a trovare una spiegazione.

Anche quando tornò al belvedere, non raccontò ciò che aveva visto. Si fermò accanto al muretto, mentre il Guardiano continuava a guardare il mare, poi rivolse lo sguardo verso la strada che saliva verso l’interno.

«E adesso?»

«Adesso cosa?»

«Dove devo andare?»

Il Guardiano sembrò pensarci.

«Non lo so.»

L’uomo lo guardò.

«Molto utile.»

«Sto migliorando.»

Rise.

Poi il Guardiano disse che, più all’interno, passava una vecchia ferrovia.

«E cosa c’è?»

«Una vecchia ferrovia.»

Questa volta rise davvero.

La vecchia ferrovia gli tornò in mente quando riprese il cammino.

La strada si allontanava dal mare attraversando campi, muri bassi, qualche albero e tratti che sembravano esistere soltanto per condurre da un luogo all’altro. Non c’erano panorami da fotografare né costruzioni che attirassero immediatamente lo sguardo.

Quando trovò i binari, cominciò a seguirli.

Il casello comparve poco più avanti, accanto alla ferrovia, e lo riconobbe ancora prima di capire perché gli sembrasse tanto familiare. Non aveva nulla che potesse distinguerlo: le proporzioni, le aperture e persino il modo in cui stava accanto ai binari gli ricordavano altri edifici incontrati durante viaggi di cui ormai conservava soltanto immagini confuse.

Si fermò davanti alla facciata.

Le aperture conservavano ancora un ordine riconoscibile, nonostante l’intonaco consumato, i mattoni affiorati e le parti che il tempo aveva ormai portato via. Sotto quelle ferite rimaneva qualcosa di regolare, quasi prevedibile, come se l’edificio continuasse a mostrare il disegno dal quale era nato.

Girò lentamente intorno all’edificio.

Da vicino quella regolarità diventava ancora più evidente. Le finestre sembravano disposte secondo una misura precisa, le aperture si ripetevano senza cercare alcuna eleganza, perfino ciò che restava dell’intonaco lasciava intuire una costruzione nata per assomigliare ad altre costruzioni.

Passò davanti a una finestra, poi a una porta. Fece qualche passo e si voltò a guardarle di nuovo. Non c’era niente che meritasse davvero una seconda occhiata, eppure continuò a procedere più lentamente.

Sul lato opposto trovò un’altra finestra, un altro tratto di muro, un’altra apertura vuota. Per un momento ebbe l’impressione di aver già visto quella successione, ma non riuscì a ricordare dove.

Avrebbe potuto immaginare chi avesse abitato quelle stanze, ricostruire una vita dietro le finestre, inventare partenze e ritorni. Non lo fece. Continuò il giro dell’edificio.

Quando tornò vicino alla porta dalla quale era passato poco prima, la guardò ancora.

Niente.

Stava per riprendere il cammino quando abbassò gli occhi.

Fu allora che si accorse della soglia.

Il gradino davanti alla porta era consumato soprattutto al centro. Ai bordi la pietra conservava ancora una superficie irregolare, mentre nel punto in cui si passava per entrare era diventata più bassa e sorprendentemente liscia.

Si chinò e passò lentamente un dito sulla parte consumata.

Qualcuno era passato di lì, e doveva averlo fatto abbastanza a lungo perché una pietra portasse ancora la traccia di quei passaggi.

Si rialzò e tornò a osservare l’edificio, ma adesso la familiarità provata appena arrivato gli sembrò diversa. Si chiese quanti caselli come quello fossero stati costruiti lungo le ferrovie, tutti nati probabilmente da misure simili, dalle stesse proporzioni e forse persino dallo stesso disegno.

Gli venne voglia di controllare.

Portò una mano alla tasca e sfiorò il telefono, poi si fermò.

Lo lasciò dov’era.

Guardò di nuovo la soglia.

Se davvero quei caselli erano stati costruiti nello stesso modo, anche quel gradino doveva essere stato, all’inizio, uguale a molti altri: gli spigoli ancora netti, la superficie ruvida, nessuna traccia nel punto in cui adesso la pietra appariva quasi levigata.

Provò a immaginarlo così, poi tornò a guardare quello che aveva davanti.

Quale passo l’aveva cambiato?

La domanda gli venne quasi per gioco, ma rimase.

Il primo certamente non era bastato e nemmeno quelli venuti subito dopo. Forse erano serviti centinaia di passaggi, forse migliaia, e nessuno di coloro che avevano attraversato quella porta si era accorto che, sotto i propri piedi, qualcosa stava lentamente cambiando.

Provò a scegliere uno di quei passi, ma ogni tentativo gli sembrò inutile. Erano tutti troppo piccoli per averlo fatto da soli e, nello stesso tempo, nessuno poteva essere completamente escluso.

Posò un piede sul gradino e osservò la punta della scarpa sulla parte liscia della pietra. Poi entrò nel casello, guardò ciò che rimaneva all’interno e tornò fuori.

Prima di allontanarsi si voltò ancora verso la porta.

Il suo passo non aveva lasciato alcun segno.

Naturalmente.

Eppure, mentre riprendeva la strada, la domanda continuò ad accompagnarlo.

Sulla via del ritorno si accorse di aver guardato almeno tre volte dove metteva i piedi. Non cercava niente e se ne rendeva conto soltanto dopo.

A un bivio riconobbe la strada che lo avrebbe riportato al belvedere.

La guardò.

Poi continuò nella direzione opposta.

Qualche tempo dopo passò davanti a una vecchia costruzione che non aveva niente a che vedere con una ferrovia.

Camminava senza particolare attenzione quando, arrivato davanti alla porta, rallentò. Fece ancora qualche passo, poi si fermò e tornò indietro.

Davanti all’ingresso c’era una soglia di pietra.

Si chinò.

Anche quella era consumata al centro.

La sfiorò con due dita, seguendo la superficie levigata.

Non cercò una storia.

Poi si rialzò.

Prima di riprendere il cammino guardò ancora la soglia.

Non si chiese chi fosse passato.

Si chiese quale passo.

E continuò.

La soglia di pietra consumata al centro
BRIVADI NARRA
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