Una delle sere successive, il turista lasciò il belvedere senza chiedere dove andare. Se ne accorse soltanto quando aveva già imboccato la strada che saliva verso Brivadi, mentre la luce si ritirava lentamente dalle case e il mare, alle sue spalle, perdeva gli ultimi riflessi del giorno.
Le altre volte c’era sempre stato qualcosa prima della partenza: una frase, una domanda, poche parole capaci di indicargli una direzione senza dirgli davvero dove andare. Quella sera, invece, il Guardiano era rimasto accanto al muro, con lo sguardo rivolto verso il mare. Il turista era quasi certo che avrebbe parlato; poi si era incamminato.
Salì verso Brivadi senza una meta precisa. Conosceva ormai alcune di quelle strade, ma non abbastanza da attraversarle distrattamente: un vicolo ne incontrava un altro, una scala saliva verso una porta, una finestra rimaneva aperta sopra un muro segnato da vecchie riparazioni. Un tempo avrebbe percorso quel tratto pensando soltanto a dove stava andando; adesso gli capitava di rallentare anche quando, a prima vista, non c’era niente che chiedesse di essere guardato.
Forse fu proprio per questo che notò il portone.
Era lungo una strada stretta, tra facciate che non sembravano voler attirare l’attenzione. Il legno scuro portava i segni del tempo e la pietra che lo incorniciava dava all’ingresso una gravità inattesa, come se quella soglia appartenesse a una storia più grande di ciò che la casa lasciava vedere. Non occorreva conoscere l’architettura per accorgersi che qualcuno, molto tempo prima, aveva voluto distinguere quell’ingresso dagli altri.
Si avvicinò, osservò la facciata e tornò con gli occhi al portone. Per abitudine prese il telefono dalla tasca, pronto a fotografarlo, ma non trovò un’inquadratura che gli sembrasse sufficiente.
Abbassò il braccio.
La fotografia poteva aspettare.
Non sapeva nulla di quella casa e nessuno gli aveva detto che meritasse attenzione. Eppure qualcosa lo tratteneva. Non era soltanto l’età del portone, né la sua bellezza: era la sproporzione tra ciò che vedeva e il luogo in cui lo aveva trovato, la sensazione che quella soglia custodisse una domanda prima ancora di custodire una storia.
Perché un ingresso così, proprio lì?
La domanda arrivò da sola. Prima di riprendere a camminare, tornò a guardare il portone.
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Più tardi venne a sapere che quella era stata la casa del conte Scrugli. Gli raccontarono che, in un tempo in cui Tropea raccoglieva la vita e il prestigio di molte famiglie nobili della zona, quel nobile aveva scelto Brivadi.
Era un’informazione semplice, quasi pronta a diventare una didascalia: il nome di un conte, una casa antica, una scelta insolita. Avrebbe potuto accontentarsene, conservarla insieme alla fotografia e avere la sensazione di sapere qualcosa in più.
Quella sera, invece, l’informazione non chiuse la domanda. La rese più grande.
Tornò davanti al portone quando la luce era ormai cambiata e la pietra aveva perso il calore del pomeriggio. Dall’altra parte della strada cercò di immaginare non il conte, di cui sapeva troppo poco, ma il gesto della scelta: qualcuno aveva guardato quei luoghi e, potendo vivere altrove, aveva deciso di fermarsi lì.
Non conosceva il motivo e forse non lo avrebbe mai conosciuto. Stranamente, però, quella mancanza non gli lasciò delusione. Guardò il portone, poi le case che lo circondavano. Non aveva una risposta, ma la domanda continuava a trattenerlo.
Che cosa aveva visto qui che gli altri non vedevano?
Non cercò di completare ciò che non sapeva e non inventò una spiegazione capace di riempire il vuoto. Guardò invece le case intorno, la strada, la distanza da Tropea, come se ciascuna di quelle cose potesse aggiungere qualcosa alla domanda senza necessariamente risolverla.
Quando riprese a camminare, si accorse che non aveva pensato al Guardiano nemmeno una volta.
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Il Guardiano era dove lo aveva lasciato, accanto al muro.
Il turista gli raccontò del portone e del nome che aveva scoperto. Gli disse di Tropea, del conte che aveva scelto Brivadi e del fatto che non era riuscito a sapere perché lo avesse fatto. Mentre parlava si accorse che non gli interessava tanto riferire ciò che aveva scoperto, quanto raccontare ciò che quella scoperta aveva lasciato aperto.
Quando ebbe finito, tacque.
Era abituato a quel momento. Dopo i suoi ritorni c’era stata quasi sempre una domanda del Guardiano, qualcosa capace di spostare ciò che aveva visto e costringerlo a guardarlo ancora.
Il Guardiano continuava a guardare il mare.
Il turista era certo che avrebbe parlato. Ma il silenzio si allungò senza diventare solenne; era semplicemente uno spazio che nessuno sembrava avere fretta di riempire.
Allora il turista si voltò verso Brivadi.
Da lassù non poteva distinguere il portone. Vedeva soltanto tetti, muri e strade che si infilavano tra le case prima di scomparire, eppure sapeva che da qualche parte, dentro quel groviglio, c’era una soglia davanti alla quale si era fermato senza che nessuno glielo avesse chiesto.
Continuò a guardare.
Lo sguardo si fermò su un punto del paese che fino a quel momento non aveva mai osservato con attenzione.
Gli venne un’altra domanda.
Sentì alle proprie spalle la presenza del Guardiano e quasi si voltò verso di lui, come aveva fatto tante volte.
Quasi.
Davanti a lui Brivadi rimaneva immobile nella luce della sera.
Continuò a guardare.
